il manifesto 2013.07.23
Ritorno alla Diaz, dodici anni dopo
LORENZO GUADAGNUCCI*
GENOVA
Parlare della notte dei manganelli a scuola è stato sempre un tabù: una metafora di ciò che è avvenuto in Italia La palestra della mattanza apre le porte alle vittime del G8. «Ho rivissuto l'umiliazione della tortura»
Sono entrato nella scuola Diaz di Genova dodici anni e poche ore
dopo esserne uscito in barella, con i piedi in avanti, le braccia steccate alla
meglio e due ore di violenza e terrore alle spalle. Era la notte fra il 21 e il
22 luglio 2001. Ho rivisto la palestra nella quale dormivo e che fu lo scenario
di una barbarie che qualcuno ha definito «macelleria messicana», ma che io
preferisco qualificare come «costituzionicidio», tali e tante furono le
violazioni di quegli articoli della Costituzione che tutelano i diritti
fondamentali e disciplinano i rapporti fra apparati e poteri dello stato.
L'assalto alla scuola Diaz fu un insieme di violenza e di menzogna, di furore
belluino e di arroganza del potere. Un'arroganza che si è protratta fino ad
oggi e che non si è fermata nemmeno con le clamorose e definitive sentenze
della magistratura. Con risultati che ben conosciamo. Da un lato le carriere
fatte dai dirigenti della polizia di allora, dall'altro il disastro
istituzionale (e umano) che va sotto il nome di caso Shabalayeva: noi che siamo
stati a Genova G8 , non ci siamo potuti permettere il lusso di stupirci di
fronte allo sgretolamento dei principi costituzionali avvenuto fra il Viminale
e Casal Palocco. Da anni denunciamo il marcio che alberga ai piani alti della
polizia e segnaliamo ai nostri concittadini quanto sia opaca, ambigua, marcia
anch'essa, la relazione fra apparati di sicurezza e organi parlamentari e di
governo. Perciò non ci stupiamo di fronte ad abusi di potere così marchiani e
non ci sorprende nemmeno la disinvoltura con la quale si mente di fronte al
parlamento e ai cittadini. Tutto ciò è ormai una prassi.
Stamani, tornando nel luogo che mi ha cambiato la vita, più che un moto
d'emozione, ho rivissuto un sentimento che mi ha ferito: l'umiliazione. Nella
mia memoria, la palestra era ben più larga di com'è veramente. Ma dodici anni
fa non ero un bambino, il mio senso delle proporzioni era sballato per un'altra
ragione. Subito dopo il pestaggio fui costretto a passare da un lato all'altro
della palestra, lungo il lato corto, per obbedire all'indicazione dei
poliziotti, che pretesero di raccogliere tutti insieme, lungo una parete, i
numerosi feriti. Dovetti trascinarmi, letteralmente strisciando, da un angolo
all'altro: non riuscivo ad alzarmi, ero piegato dai colpi ricevuti, grondavo sangue.
Mi è tornata in mente una sensazione di allora: mentre ero impegnato in quel
semplice spostamento, mi facevo pena. Ho rivissuto quei momenti provando un
senso profondo di ingiustizia. Ho pensato che l'umiliazione fisica è uno
strumento di tortura: riduce la persona a nuda vita, la priva della sua
dignità. Sappiamo bene che la tortura non è mai rivolta solo alle vittime
dirette degli abusi: serve bensì a mandare un messaggio a tutti, a quelli che
non c'erano affinché sappiano che il potere non ha riguardi, è forte, privo di
scrupoli e che è meglio non mettersi nella condizione di sperimentare quanto
sia doloroso finire sotto il suo pugno di ferro.
In tutti questi anni, se non fosse stato per il lavoro di alcuni magistrati
incorruttibili e per il contributo dato dai testimoni e dai loro avvocati, quel
messaggio di intimidazione sarebbe stato pieno e forte, sia verso la
cittadinanza, specie quella socialmente e politicamente attiva, sia verso chi
lavora in polizia. Le maggiori forze politiche e il parlamento nel suo insieme
hanno mostrato nel corso degli anni la totale incapacità di mettersi dalla
parte giusta, quella dei cittadini umiliati e vilipesi, quella dei diritti
sanciti dalla Costituzione. Hanno preferito confermare e forse rafforzare il
patto stretto coi potenti che controllano gli apparati rispetto all'avvio di
un'azione di verità e di giustizia, che avrebbe avuto un costo reputato
insopportabile: un ricambio profondo del personale di comando, riforme
legislative serie, la messa in discussione di equilibri consolidatisi nel
tempo.
L'incontro di stamani è stato importante per noi che siamo tornati alla Diaz e
per gli altri che lo faranno in futuro, ma il suo senso profondo è
probabilmente un altro. Tante volte abbiamo detto e scritto che Genova G8 ha rappresentato
un punto di svolta nel percorso (non bello) della nostra democrazia, ma Genova
G8 - con tutto ciò che rappresenta - è anche stato un argomento tabù per la
politica come per i media. Tant'è che sentenze clamorose come quelle per Diaz e
Bolzaneto non hanno avuto alcun effetto pratico sul piano politico e
legislativo. Siamo di fronte a una rimozione. Una rimozione che a ben vedere è
cominciata proprio alla scuola Diaz. Per dodici anni è rimasta chiusa ai
testimoni della «notte dei manganelli» e la «notte dei manganelli» è stata un
argomento proibito per chi ha insegnato e studiato in quella scuola. Fino a
stamani attribuivo questa chiusura a una scelta perbenista e poco saggia di
qualche dirigente scolastico, ora mi dico che il prolungato silenzio osservato
all'interno di quella scuola su un episodio tanto grave avvenuto fra le sua
mura, è in realtà la metafora di ciò che è avvenuto nel nostro paese.
Forse oggi qualcosa sta cambiando. Stamani il preside Aldo Martinis e gli
insegnanti presenti al nostro incontro erano i più felici, direi quasi
entusiasti, dell'apertura ai testimoni finalmente avvenuta. Si è parlato di
prossimi incontri con gli studenti, di assemblee e letture sceniche. Alla fine,
mentre uscivo dal cortile, stavolta sulle mie gambe, ho pensato (o forse ho
sognato) che la nostra disastrata democrazia sarà salvata - se sarà salvata -
dagli studenti e dagli insegnanti di buona volontà, da chi saprà con onestà e
con libertà trasmettere conoscenza e fare tesoro da ciò che si può imparare dagli
errori del passato.
* Comitato Verità e Giustizia per Genova